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giovedì 17 maggio 2018

Feminist Bookclub #2: Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf

Ciao a tutti, lettori! Oggi vi porto il post del nostro gruppo di lettura bimensile, ovvero il Feminist Bookclub (cliccando sul nome avrete tutte le informazioni necessarie), e questo è l'appuntamento di maggio e giugno.
Ho deciso di leggere Una stanza tutta per sé perché conoscevo già quest'opera da quello che avevo studiato al liceo; avevo già conosciuto Virginia Woolf con Gita al faro, con il quale avevo avuto un impatto traumatico, e sono felice di dirvi che invece questo mi è piaciuto molto perché non ha la complessità del flusso di coscienza, quindi se volete approcciarvi a questa autrice non posso che consigliarvi quest'opera.


Feltrinelli
1928 (ed. 2013)
Pagine: 160
Genere: Saggio

Una stanza tutta per sé è un trattato ironico, immaginifico, personalissimo e vario, che riesce a unire l’analisi sociale e la satira. Il leitmotiv della stanza, grembo e prigione dell’anima femminile, si allarga fino a comprendere tutti i luoghi della dimora umana: la natura, la cultura, la storia e infine la “realtà” stessa nella sua inquietante ma esaltante molteplicità. L’autrice demolisce la società patriarcale, bussa con forza alle porte del mondo della cultura, fino a quel momento di esclusivo appannaggio maschile, pretende di farvi irruzione, chiede che non ci siano più limiti e divieti per il pensiero delle donne.


Il saggio inizia nel momento in cui all'autrice viene chiesto di tenere una conferenza sul femminismo in due college femminili inglesi, ed in particolare sul rapporto tra donne e romanzo. Perché, ai tempi di Virginia Woolf, le donne autrici erano in tale minoranza rispetto agli uomini? L'autrice spiega che ciò che ogni donna necessita, per scrivere ma non solo, è un'indipendenza economica e una stanza tutta per sé.
La donna della classe media cominciò a scrivere. Perché se Orgoglio e pregiudizio è importante, se Middlmarch, Viillette e Cime Tempestose sono importanti, allora è molto più importante di quanto io non possa dimostrare in un'ora di discorso che le donne in generale, e non soltanto l'aristocratica solitaria rinchiusa nella sua casa di campagna tra i suoi in folio e i suoi adulatori, cominciarono a scrivere.
Virginia Woolf parte da qui, spiegando quanto questi due elementi siano importanti ed esemplificandoli con altre donne scrittrici. Inventa tre personaggi, Mary Beton, Mary Seton e Mary Carmichaeil, e li usa per dare un'aria più oggettiva alle verità per racconta. Queste tre ragazze studiano ad Oxbridge (unione fittizia di Oxford e Cambridge, che iniziarono ad ammettere le donne solo dal secondo dopoguerra) ma comunque non possono fare molte cose che invece sono concesse ai loro compagni maschi.
Virginia Woolf, poi, parla della biblioteca del British Museum, che usa per fare ricerche: ma qui vi trova solo libri scritti da uomini, in cui la donna è filtrata attraverso i loro occhi.
E poiché il romanzo ha una corrispondenza con la vita reale, i suoi valori sono in parte gli stessi della vita reale. Ma è ovvio che i valori delle donne molto spesso sono diversi da quelli stabiliti dall'altro sesso; è naturale che sia così. Eppure sono i valori maschili a prevalere.
E qui vorrei fare una riflessione mia personale: ancora oggi, quante donne si guardano attraverso gli occhi delle donne? Quante donne si truccano per piacere agli uomini e non a sé stesse? Quante si mettono vestiti provocanti per attirare l'attenzione dell'altro sesso? Magari sembrerà impossibile, ma ho conosciuto diverse mie coetanee affermarlo esplicitamente. Motivo per cui le riflessioni di Virginia Woolf, a novant'anni di distanza, sono ancora terribilmente attuali.
Quanto, ancora oggi, diamo per scontato che le donne si prendano cura dei bambini e della casa e che siano gli uomini a dover lavorare? Quanto, quindi, come spiega Virginia Woolf, ancora consideriamo la donna come costretta ad "angelo del focolare"?
Datele una stanza tutta per sé e cinquecento sterline l'anno, lasciatele dire quello pensa e cancellare la metà di quello che scrive ora, e uno di questi giorni scriverà un libro migliore. Sarà un poeta, dissi, riponendo Life's Adventure di Mary Carmichael in fondo allo scaffale, fra un altro centinaio d'anni.
La parte senza dubbio più emblematica del saggio è quella finale, quella relativa a Judith Shakespeare, la fittizia sorella del poeta, che probabilmente era dotata tanto quanto lui, ma non le è mai stata data l'opportunità di dimostrarlo.
Ora io credo che questa poetessa, che non scrisse mai una paola e fu sepolta a un crocevia, vive ancora. Lei vive in voi e in me, e in molte altre donne che non sono qui questa sera, perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Eppure lei vive, perché i grandi poeti non muoiono; sono presenze perenni; hanno solo bisogno dell'opportunità di camminare tra noi in carne e ossa. E' ora in vostro potere, ne sono convinta, offrirle questa opportunità.
L'unica parte che non mi ha convinta del saggio è stata quella relativa alla letteratura androgina, che mi è sembrata un po' fuori tema, ma per il resto non posso che consigliarvelo in ogni modo possibile. Ho amato anche i riferimenti alle sorelle Bronte e a Jane Austen, oltre che a migliaia di altre autrici che sono riuscite ad affermarsi nella letteratura.
Avrei tanto voluto aver letto questo saggio mentre scrivevo la tesina di Maturità perché il ruolo della donna nella letteratura è stato proprio il tema che ho trattato, ma sono comunque contenta di averlo letto ora.

Se questo articolo vi è piaciuto, vi ricordo che qui trovate il primo appuntamento in cui parliamo di Dovremmo essere tutti femministi.
E voi state partecipando al Feminist Bookclub? Se sì, cosa state leggendo per questi due mesi? Fatemelo sapere nei commenti!
A presto. 

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